Disarticolate e in ordine sparso le regioni italiane sul fronte dell'attrazione degli investimenti esteri in Italia. Il nostro Paese non ha mai brillato per capacità. Secondo Boston Consulting Group (su dati Unctad) gli investimenti esteri in Italia sono passati dai 34 miliardi di euro del 2007 ai meno di 10 miliardi del 2012. Un deserto. Tra le cause respingenti ci sono i tempi della giustizia, la Pa farragginosa e il fisco. Ma prima del costo del lavoro – secondo un recente sondaggio della Amcham (la Camera di Commercio americana) – c'è l'inadeguatezza delle politiche di promozione degli investimenti esteri. Invitalia – l'agenzia nazionale che ne avrebbe il compito – in realtà non è un braccio operativo sul territorio e non coordina le società partecipate da regioni e camere di commercio che negli ultimi anni, soprattutto al nord, si sono create. Mentre al sud, per lo più, la materia è rimasta in capo agli assessorati regionali. Con il risultato che – secondo i dati Ice-Politecnico di Milano – delle circa 8.500 imprese a partecipazione estera presenti in Italia agli inizi del 2012, la metà (4.196) sono in Lombardia, 754 in Lazio, 698 in Veneto, 692 in Piemonte e appena 132 in Sicilia, 102 in Campania, 68 in Puglia, 31 in Sardegna e 22 in Calabria. 
 
Tuttavia, qualcosa si muove. Meno di un mese fa, a un anno dalla nascita, "Invest in Lombardy" – la società partecipata da Unioncamere Lombardia, Camere di Commercio e Regione – ha fatto un primo bilancio. «Tra le prime 100 multinazionali presenti nel nostro Paese – ha detto Pierandrea Chevallard, segretario generale della Camera di Commercio di Milano – 92 hanno scelto la Lombardia come sede italiana o europea. Le oltre 4mila sul territorio danno lavoro a 400mila persone. Abbiamo stretto accordi con Camere di commercio estere e personale in Cina, India e Brasile per intercettare i flussi. Inoltre, 25 società private – grandi studi professionali e di consulenza – sono a disposizione per assistere le imprese straniere. Infine, spazi e uffici sono concessi gratuitamente per i primi mesi a chi avvia una start-up nella regione». «Il Centroestero Piemonte – spiega il direttore Giuliano Lengo – è stato il primo, nel 2006, a nascere accorpando 5 diversi enti promozionali per un risparmio di 4 milioni di euro l'anno». Nel 2008 il Ceip ha creato i contratti di insediamento, accordi tra ente e investitore per agevolare con un contributo a fondo perduto i costi fissi di insediamento o le spese per attività di ricerca e per snellire le procedure. «Dal 2007 al 2012 (dal 1° novembre 2012 la gestione è di Finpiemonte Spa) – ha concluso Lengo – abbiamo erogato oltre 28,1 milioni di euro per investimenti diretti ammissibili (su cui è calcolato il contributo) di quasi 290 milioni». Tradotto: 19 progetti di investimento (15 aziende e 4 progetti di ricerca). Otto nuove aziende negli incubatori, 7 start up innovative, un polo della meccatronica e 50mila metri quadrati di immobili oggetto di leaseback o dimessi e riconvertiti a funzioni produttive: sono solo una parte delle cifre 2012 prodotte da Trentino Sviluppo, l'agenzia creata dalla Provincia autonoma di Trento per favorire lo sviluppo del territorio dopo aver fuso enti e sigle diverse. Aiuta la legge provinciale 6/99 che agevola gli investimenti su immobili e macchinari per le Pmi, sostiene R&D ed eroga contributi per l'acquisto di brevetti.
 
In Sicilia e Calabria l'internazionalizzazione è in capo agli assessorati alle Attività produttive, ma gli uffici non "accompagnano" le imprese estere nei diversi step. 
 
Intanto entro settembre dovrebbe prendere corpo il piano «Destinazione Italia», la task force voluta dal premier Letta (a guida Sviluppo economico e Farnesina) che dovrebbe presentare il dossier sugli ostacoli da rimuovere e cosa incentivare per attrarre investitori esteri. Sulla base di ciò si dovrebbero varare un pacchetto normativo ad hoc ed attivare uffici operativi nelle regioni dove mancano.