Piccole imprese lombarde sempre più votate all’internazionalizzazione

L’indagine ha visto la partecipazione di oltre 1.000 imprese attive sui mercati esteri, con una percentuale rilevante di micro e piccole imprese: ben il 71% del campione è infatti composto da aziende con meno di 50 dipendenti, il 24% da aziende fino a 250 dipendenti, mentre le imprese con 250 o più dipendenti pesano per il 5% del totale.

La ricerca ha analizzato le diverse modalità di presenza all’estero delle aziende della nostra regione, le direttrici geografiche attuali e in prospettiva della loro espansione commerciale e multinazionale, e si è concentrata sugli ostacoli incontrati nell’attività di internazionalizzazione e sui servizi a sostegno dell’impresa.

“I dati dimostrano che la capacità delle nostre imprese di affrontare i mercati internazionali e di riuscire a cogliere nuove opportunità non rappresenta più solo un surplus, ma è diventata cruciale per la loro stessa sopravvivenza. In una situazione di totale stagnazione del mercato interno, la presenza sui mercati esteri ha permesso al 15% delle imprese campione di bilanciare le ridotte performance nazionali e ad un ulteriore 10% di chiudere il 2012 con un fatturato totale in crescita”.

Nel 2012 la percentuale delle esportazioni sul fatturato totale è stata del 41,2% toccando quota 108 miliardi di euro, di gran lunga al di sopra della media nazionale e in crescita di un punto rispetto al 2011. L’analisi delle direttrici geografiche ha evidenziato che, pur rimanendo forte l’attenzione sui grandi paesi avanzati del vecchio e del nuovo continente, il focus si sta spostando verso i paesi emergenti, la Turchia e i BRIC (Brasile, India e Cina).

Se le prospettive ricavate dallo studio risulteranno corrette, è stato inoltre stimato che la percentuale di imprese con presenza stabile all’estero è destinata a crescere nel prossimo triennio in media di 7 punti percentuali - dal 23% al 30% - arrivando a registrare un incremento di quasi il 50% per le imprese con meno di 50 dipendenti.

In media, ciascuna impresa del campione esporta in quasi 18 diversi paesi. Rispetto alla rilevazione compiuta lo scorso anno, il numero medio di mercati esteri serviti è cresciuto di circa 2 unità. La differenza con la media nazionale è significativa: la metà degli esportatori italiani continua a concentrare le proprie vendite estere in un unico paese e il numero medio di mercati esteri serviti si colloca tra 5 e 6. Importanti differenze si registrano tra le diverse classi dimensionali. Il numero medio di mercati esteri serviti sale da14 per le imprese con meno di 50 dipendenti a 24 per le imprese da 50 a 249 dipendenti e a 40 per le imprese con 250 e più dipendenti.

Tra i diversi settori spiccano le imprese del settore alimentare e bevande e quelle dei comparti della meccanica e dei mezzi di trasporto, che esportano mediamente in 22 diversi paesi seguiti dal comparto energia e costruzioni (20 paesi). Alle imprese associate è stato chiesto anche di indicare il peso del primo mercato estero di sbocco sulle esportazioni totali. Dalla distribuzione delle risposte deriva una conferma della elevata propensione alla diversificazione. In particolare il 43% delle imprese dichiara di esportare in almeno 11 paesi (lo scorso anno tale quota era risultata pari al 39%); il 18% in almeno 26 paesi e il 7% addirittura in oltre 50 paesi.

Per molte imprese nel 2012 la crescita delle esportazioni ha rappresentato un vero e proprio toccasana date le difficilissime condizioni del mercato interno. Nel complesso, solo un terzo del campione ha chiuso il 2012 con un fatturato totale in crescita: per il 30% delle imprese il bilancio si chiude con un sostanziale pareggio, mentre per il restante 37% il saldo finale è negativo. Per quanto riguarda le vendite in Italia, il consuntivo del 2012 si è chiuso con il segno meno per oltre la metà delle imprese, mentre solo il 21% del campione ha registrato una crescita e il 28% ha chiuso in sostanziale pareggio.

Ben diverso l’andamento sui mercati esteri: in questo caso le imprese che hanno registrato una crescita costituiscono la maggioranza relativa (45%). La ricerca ha inoltre analizzato le difficoltà incontrate dalle imprese nella loro attività all’estero. I maggiori ostacoli, segnalati dal 25% del campione, sono relativi alle piccole dimensioni.

Diventa quindi fondamentale fornire servizi che siano diversificati e strumenti che aiutino le imprese ad aumentare l’impatto della loro azione sui mercati esteri. In questo contesto assume ancora più importanza il ruolo giocato dalle reti e dalle filiere produttive: l’indagine ha segnalato infatti che l’interesse verso forme di aggregazione per l’internazionalizzazione è aumentato di circa tre punti percentuali rispetto allo scorso anno.

L’analisi ha inoltre evidenziato il crescente utilizzo dei servizi a supporto dell’internazionalizzazione offerti dai diversi enti: viene sottolineata, in particolare, l’importanza attribuita al ruolo riconosciuto alle associazioni territoriali di Confindustria, che rappresentano in molti casi l’interlocutore privilegiato delle imprese su tali tematiche.

Secondo i dati raccolti, infatti, il loro supporto è considerato positivo dal 90% del campione. Cresce anche l’importanza attribuita al supporto richiesto alle banche, percepite dalle imprese come un partner cruciale per l’internazionalizzazione.

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